La produttività è fottuta. E due

Accettiamo pure l’ipotesi che Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, dal suo primo giorno di lavoro al Lingotto non abbia fatto altro che progettare la fuga della Casa automobilistica degli Agnelli dall’Italia. Ammettiamo per un momento che sia vero. Questa ipotesi, per quanto estrema, ci dovrebbe forse spingere a mutare il giudizio su quello che il nostro paese ha da offrire a un investitore, italiano o internazionale che sia? Ci dovrebbe far ritenere sbagliato il ragionamento di Marchionne, per cui tra “diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa, a urlare e a sfilare, a pretendere”, “se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo”? No, semplicemente no. Fazio Consociativismo senza ritorno - L’Italia dei Boldrini processata da un gran Marchionne
10 AGO 20
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Accettiamo pure l’ipotesi che Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, dal suo primo giorno di lavoro al Lingotto non abbia fatto altro che progettare la fuga della Casa automobilistica degli Agnelli dall’Italia. Ammettiamo per un momento che sia vero. Questa ipotesi, per quanto estrema, ci dovrebbe forse spingere a mutare il giudizio su quello che il nostro paese ha da offrire a un investitore, italiano o internazionale che sia? Ci dovrebbe far ritenere sbagliato il ragionamento di Marchionne, per cui tra “diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa, a urlare e a sfilare, a pretendere”, “se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo”? No, semplicemente no.
Etsi Marchionne non daretur, per esempio, si consideri l’atteggiamento delle parti sociali durante questa crisi. La loro lagna mediatica, pur rispettabile in un momento di contraccolpi sociali non indifferenti, ha dominato praticamente su tutto il resto. Eppure nella ragione sociale di Confindustria e sindacati non dovrebbe esserci soltanto la rappresentanza dei malumori degli associati e degli iscritti. In Germania, paese che è sulla bocca di tutti i riformisti da talk-show, furono per esempio gli accordi aziendali e la moderazione salariale decisi dalle parti sociali a mettere le basi per il rilancio del “malato d’Europa”, prim’ancora che arrivassero le riforme introdotte dalla politica. In Italia, invece, alla lagna è stata affiancata la solita linea di condotta concertativa, tesa a sopire ogni tentativo riformatore e ad accaparrarsi quei pochi spiccioli che lo stato può ancora garantire. E’ sintomatica, a questo proposito, la vicenda degli sgravi sul salario di produttività, su cui torniamo oggi in prima pagina con l’intervento della studiosa Francesca Fazio.
Il governo Monti, in tempi di austerity diffusa, trovò centinaia di milioni di euro da destinare a detassazioni per quelle imprese che avessero battuto strade innovative nell’organizzazione del lavoro in azienda. La Cgil mise il veto, Confindustria mediò, alla fine arrivò un accordo monco. Poi però, durante la campagna elettorale, i criteri per accedere ai fondi pubblici furono ammorbiditi dal corpaccione burocratico-ministeriale, lavorato ai fianchi da Confindustria e sindacati, come dimostrammo a maggio con tanto di documenti siglati dalle parti coinvolte. Ora, in un documento del primo luglio, Confindustria chiede una conferma scritta al ministero: sicuri – dice in soldoni – che sia sufficiente modificare gli orari di lavoro per avere diritto ai fondi per la produttività? La risposta del ministero è “sì”. Quella domanda e quel monosillabo, tra una cena con l’onorevole Laura Boldrini e un rimbrotto alla Fiat, allontanano ancora la riconquista di produttività e competitività in Italia. Al netto di Marchionne.